lunedì 20 febbraio 2012

ARANCINI ARRABBIATI


Ero a Perugia. Percorrevo l’interminabile corso Vannucci quando mi imbatto in un tizio che conoscevo, ma di cui non ricordavo il nome. Sperai fosse lo stesso per lui. “Ciao Miche-le!”, mi fa lui. “Eccheccacchio!”, penso io. Decido di ribattezzarlo “toro” e sembra piacergli. Tanto più perché riteneva gli facesse fare bella figura con la moret-ta che si portava appresso. Normalmente mi sarei ferma-to giusto a salutare, ma la scintilla di malizia negli occhi della tipa mi spinse a fare lo spiritoso in modo insopporta-bile; non fosse stato che il mio amico “toro” era privo del do-no della simpatia sarei stato cacciato a calcinculo, invece mi chiesero di venire con loro. Bene.
Finiamo nell’appartamento di un’altra amica, c’è un po’ di gente e blablabla. Caso vuole che simpatizzi con la bella mo-retta, gli ricordo qualcuno, sorride alle più tristi vaccate che dico e fa lo sguardo della pantera che punta il coniglio zoppo. Magari esagero un po-co, ma vabbè.
Fatto sta che era una formosa siciliana e io ho sempre adora-to l’accento sì-culo. Tutto be-ne finché mi dice che deve tornare a casa. A Palermo. Quel giorno. Ti pareva.
Come se non bastasse, si sa-rebbe trasferita a Londra (addirittura!) tra una settima-na, ma se per caso avessi fatto un salto in Sicilia prima, allo-
ra…allora cosa? Cioè, pretendeva andassi fino in Sicilia solo sulla base di una non troppo velata proposta di suonarmi il bongo? Chi si credeva d’essere? L’egocentrismo e la vanità uma-na non hanno davvero limiti. Ma anch’io faccio schifo e di fronte a una terza di seno la mia dignità finisce ben al di sotto dei piedi. Decido di partire tre giorni dopo, appena dato un facile esame (dell’università).
Fu tornando a casa fiero del mio 28 che ho saputo della rivoluzio-ne dei Forconi. Le ferrovie erano paralizzate e non ci fu altro da fare che prendersela con Dio, Cristo e qualche santo semisco-nosciuto. La trasferta era saltata.
Ora, quel che è fatto è fatto, ma non ho potuto fare a meno di interessarmi a questo imprevedi-bile imprevisto. Merita una ri-flessiva riflessione.
Pensateci.
Un’intera regione paralizzata (tranne la normale viabilità) da una protesta dura, che ha quasi messo in ginocchio una regione, mossa da un grande movimento con molte anime al suo interno (e a rischio continuo di strumen-talizzazioni). E’ stato forse il se-
gno dell’acuirsi delle proteste che hanno scosso l’Italia dall’inizio della crisi? Non lo cre-do.
Il movimento, seppur con qual-che incertezza, chiede nuovi fondi, blocco delle azioni esecu-tive verso chi ha tasse non paga-te e abbassamento del costo del carburante. Per quanto riguarda gli agricoltori, è vero, non ce la fanno più. E il costo del carbu-rante è un problema che va argi-nato. Ma è anche vero che le problematiche agricole non ver-ranno risolte con un colpo di reni.
Alla base c’è un sistema mal fun-zionante che fa leva sull’assistenza e i contributi, che tende a cercare scappatoie piut-tosto che proposte programma-tiche. Questo accade perché si sono volute dare risposte facili agli agricoltori, anziché operare faticose riforme. E’ il caso della Sicilia, ma anche in altre zone d’Italia, per problemi simili e non, stanno strozzando l’agricoltura, proprio perché so-no mancati, spesso, il coraggio o la competenza per adeguarla alle nuove sfide imposte dalla globalizzazione. In parte sono i frutti di una politica debole, di un’Italia che non cambia mai col ritmo necessario. Se tutto ciò era prima sostenibile, con la crisi è venuto a mancare il terreno sotto i piedi e molti settori han-no perso l’equilibrio. E siamo noi a cadere.


(M.L.)

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